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15/03/2015 Paolo Corciulo

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Per un “Born in the Fifties” come me, tutto è cominciato all’inizio degli anni ’70: la consapevolezza della “vera” musica (in precedenza acquistavo solo 45 giri con le hit di Sanremo o li acquistavano genitori e parenti per me... ) è arrivata verso i 15 anni, per merito del mio amico Emilio che mi trascinò nel primo negozio di musica in cui mettevo piede. Si trattava di Ricordi, un bellissimo e ampio negozio che affacciava sulla splendida Piazza Venezia a Roma. Insieme a Consorti si divideva la maggior parte del mercato romano e in entrambi la caratteristica saliente era costituita da una serie di cabine in cui potevi ascoltare il disco prescelto. Nel caso di Consorti il disco te lo mettevano e tu lo ascoltavi in cuffia. Da Ricordi, che offriva in quanto editore musicale anche uno straordinario catalogo di spartiti musicali utili per chi, come me, strimpellava la chitarra, erano disponibili una serie di cabine di vetro dove entravi con il tuo disco, vi posavi nei solchi la testina e ti godevi la musica. Il mio primo LP fu Led Zeppelin II. Le alternative per conoscere la musica erano poche: alla sera come carbonari aspettavamo con ansia le trasmissioni in onde medie di Radio Montecarlo! Su carta, però, erano in arrivo media più specializzati della dimensione pop scelta da Ciao 2001...
A cavallo tra questi anni e la nascita delle radio libere foriere di un nuovo universo musicale lontano dalla paludata offerta della TV di Stato, ho svolto il mio apprendistato formandomi un’opinione, organizzando le mie scelte e il modo di perseguirle. La soluzione regina era una sola: la visita al negozio di Carù a Gallarate, unico fornitore di musica “di esportazione”, come si chiamava allora tutto ciò che non veniva stampato in Italia, ed era la maggior parte della musica. Condividevo l’avventura con il mio amico Stefano che, pur di famiglia non particolarmente abbiente, vantava un consumo parossistico in fatto di dischi; a casa sua ce n’erano in ogni dove: sotto il suo letto, sotto quello del fratello, persino al bagno!
Sulla Roma-Milano-Varese e ritorno si consumavano le nostre piccole avventure: la follia di partire senza prenotazione (di vagone letto nemmeno a parlarne!) e, a volte, senza nemmeno il posto a sedere, per un viaggio che durava oltre sette ore, non di rado con almeno una tratta di notte. 10.000 lire il costo della tratta, 80/100.000 quel che spendevamo noi in dischi che allora costavano 2/3.000 lire: più che per un frigorifero! Tornavamo ebbri, felici e terrorizzati dall’aver dilapidato una fortuna, stringendo i dischi giusti, quelli che solo noi...


Il resto della discoteca che orgogliosamente esibisco in salotto a chi mi viene a trovare si è formata nel tempo grazie a questo lavoro che mi ha consentito di viaggiare per il mondo, scoprendo quel che Consorti e Ricordi già sapevano ma poi, per un lungo periodo, gli altri negozi italiani avevano dimenticato: la possibilità di ascoltare quel che si cerca e quel che si trova senza averlo cercato. Per anni ho acquistato unicamente all’estero, sfruttando e ricavandomi momenti di pausa tra un impegno e l’altro, anche qui spesso in compagnia di un altro Stefano (Belli). Uomini maturi ma con la faccia del Brighella che rientrano sovraccarichi esibendo i più sporchi trucchi per portare in aereo un bagaglio a mano improbabile! Presso la Virgin Record, faro nella notte dell’ignoranza in varie parti del mondo, il codice a barre presente su ogni disco consentiva, passandolo sotto un lettore, di poterlo ascoltare...
Accanto alle scelte maturate grazie a un meccanismo di conoscenza (mi informo e prendo nota) per forza di cose limitata nell’era pre-multimediale, ha via via preso piede, anche per la vastità della materia, una sorta di democrazia dal basso (ascolto e scelgo quello che mi piace, poi mi informerò su chi e perché ne è l’autore) che tiene conto solo dei miei gusti e che ha dato vita a una discoteca di “Belli e Perdenti” al di fuori del meccanismo ufficiale delle hit a cui, consapevoli o meno, noi giornalisti collaboriamo.
Siamo così arrivati ai giorni nostri e al fatto che, giocando da entrambe le parti del tavolo (sono un informatore e una persona che vuole essere informata), ho cercato di analizzare le problematiche legate alla comunicazione in campo musicale e in particolare alle recensioni. Argomento non nuovo quello sulla validità delle critiche, aggravato ancor più dall’estremamente vasta disponibilità attuale di media che fanno buona o cattiva comunicazione in merito.
Su SUONO abbiamo sospeso per un certo tempo la pubblicazione delle recensioni tradizionali (torneranno ma a tema, dai prossimi numeri) in favore di una serie di suggerimenti che prevedono da parte del lettore l’uso attivo di media più adatti a consentirgli di formarsi un’opinione personale. Prendiamo ad esempio la rassegna delle migliori uscite rock dell’anno appena trascorso: si tratta di una polifonia di opinioni ampissime che tiene conto dei tanti diversissimi approcci alla musica, tra cui probabilmente anche quello del lettore che in questo momento mi sta leggendo. La reiterazione di alcuni titoli può solo rappresentare un ottimo viatico a quel titolo stesso ma cosa meglio che una valutazione in prima persona di questa indicazione? Con YouTube, Spotify o un altri fornitori di servizi di questo tipo è semplicissimo. Per sanare la mia inguaribile curiosità io mi ci sono dedicato con tutti gli album che non conoscevo, non possedevo, non ricordavo ma che altri hanno citato. Un pomeriggio bellissimo ad ascoltare musica, proprio come quelli trascorsi all’interno di quella cabina trasparente dove impudicamente posavo una pila di LP tanti anni fa...

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